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giovedì 22 luglio 2010

[Fare un film] Come dio comanda

come dio comanda locandina Pictures, Images and Photos


Mi duole molto assistere impotente a certi strazi di film, soprattutto quando il regista è uno dei miei preferiti, Salvatores (il cui "Mediterraneo" porto sempre nel cuore anche dopo innumerevoli visioni) e il libro da cui la pellicola è tratta è un bel romanzo complesso, potente, efficace, a tratti disturbante, firmato Niccolò Ammaniti.

Per favore, non attacchiamoci alal scusa che "tanto il libro è sempre meglio del film"... abbiamo tantissimi esempi contrari, soprattutto in cui il divario tra la qualità della pagina scritta e della pellicola non è così evidente, semmai imputabile al diverso mezzo comunicativo.

Già avevo subodorato il pastrocchio valutando la durata del film... solo 90 minuti???? Che cosa possono aver mai tagliato? Passi la scelta di potare gli intrecci minori (il furto al bancomat, l'avventura sentimental erotica dell'assistente sociale) che pur tuttavia servivano tantissimo a dare corpo al contesto dei protagonisti, si è comunque pessimamente scelto di concentrare tutto sul rapporto tra Rino Zena, personaggio ai margini della società, e suo figlio Cristiano, con l'indispensabile contorno del pazzoide Quattroformaggi a fare da controcanto (d'altra parte togliere lui avrebbe significato fare un altro film), tralasciando tuttavia di approfondire tutte le dinamiche sociali e psicologiche, i retroscena che li conducono alla situazione dipinta nel film, impastando tutto in fretta e furia quasi a fare di questa pellicola un Bignami da sceneggiato TV. Come a dire, prendiamo i fatti salienti, rendiamoli ancora più spettacolosi con un continuo susseguirsi di scene - i videoclip musicali insegnano - abbondando in quelle buie e sotto la pioggia, e spolveriamo il tutto di musica giusta. Distribuire nelle sale, buona visione.

In questo film - Salvatores te possino! - manca spessore, manca background, manca introspezione. Senza tralasciare lo squallidissimo finale buonista e perbenista, sul cui svanire mi sono immaginata gli attori rientrare in se stessi ed esclamare "... e anche 'sta marchetta è fatta!".

Mi stupisce scoprire che tra gli autori della sceneggiatura ci sia lo stesso Ammaniti, che riesce dunque a fallire pur lavorando su materiale buono e per giunta suo!

Quale sia la necessità di trasporre al cinema una bella storia se poi la si deve castrare così ancora mi è incomprensibile. Si salva solo quel gran fi(si)co di Filippo Timi, perfetto nella parte del bello e sbandato, e il "solito" Elia Germano, che nel ruolo di Quattroformaggi ci si è talmente calato da risultare imbarazzante.
Come dio comanda? Ma anche no.

lunedì 7 giugno 2010

Sempre caro mi fu quest'ermo COLLO

E' ufficiale, anche io posso avere delle passioni stupide ed immotivate.
Ultimamente ho perso il sonno per questo:




E sì che c'ho provato a non farmi contagiare, anzi (fatemelo dire) a non farmi mordere sul collo... Ma non sono riusciti a fare una serie sufficientemente idiota e superficiale, anzi, è tutto dannatamente serrato e logico (il che significa che anche gli stupidi ci stanno come la ciliegina sulla torta).

Volevo centellinarmi la seconda serie, e invece ho peccato guardandomi tipo 2/3 puntate a volta - ora mi resta solo l'ultimo DVD.

Anelo alla terza serie come un vampiro la vena. Etcetera, etcetera, etcetera...

domenica 11 ottobre 2009

BACK IN BLOOD




Mi sono presa un mesetto di tempo per riascoltare più volte questo ultimo CD dei 69 eyes, perchè, ahimè, al primo ascolto ero rimasta un po' perplessa. E' anche vero che spesso il ri-ascolto ti fa comunque entrare in testa le canzoni, che già è un passo avanti per una riabilitazione poco obiettiva. Diatriba, tremenda diatriba.

E' subito evidente che i nostri amici finnici hanno fatto il salto verso gli States, verso il glam-rock, verso la tamarraggine solo pseudo-dark, quasi più horror-fun-rock... una pista che già il precedente Angels aveva designato. Insomma, scordatevi le atmosfere à la Brandon Lee. E' sicuramente un'evoluzione. A mio avviso, di per sé, abbastanza discutibile. Perchè in queste tracce c'è qualcosa di ripetitivo, di continuamente autoreferenziale, di eccessivamente barocco, divertente ma molto molto fumoso.

E' indicativo, per altro, che le canzoni migliori di questo album siano quelle in cui l'atmosfera ritorna intimista, oscura, struggente: Dead and gone, Night Watch, Some kind of magik.
La title-track apre male l'album perchè è di basso profilo, ripetitiva, già sentita, quasi moscia. Dead girls are easy è un pastiche buffone che si ascolta e si dimentica volentieri (anche il videoclip che lo accompagna non depone a suo favore), brani come Suspiria Snow White, The Good, The Bad & The Undead, We own the night sono tiratissime prove di voce bassa + batteria pestata. Chiude l'album un improbabile ballad - Eternal - che sembra a tratti uscire da un film anni '60 (decisamente il pezzo più strano di tutto l'album).

Nel complesso apprezzabile il gioco cinematografico-letterario-musicale tutto incentrato su sangue, mostri, morti che testi e musiche riflettono. Ma io continuo ad avere nostalgia della vecchia garage-band goth-metal-rock degli esordi. Ci si può evolvere anche senza stravolgere.

INTENSI GIORNI CINEMATOGRAFICI...

Non certo i miei, per carità.
E' che dal solito giornaletto raccattato al cinema scopro che tra la prossima settimana e quella dopo ancora usciranno tantissimissimi film che devo assolutamente vedere, e cio' spinge la mia mentalità prammatica a compilare agende e a fare conti. In sostanza:

1) il mio amico Rob Zombie è già pronto con il suo Halloween II, e io che pensavo che ancora ci stesse lavorando. Poche news/critiche/strombazzamenti a giro. C'è da preuccoparsi? Zio Rob, non mi tradire!

2) UP... esce UP! Devo andarci subito, con un sacchetto di popcorn così! UP... sono mesi che mi struggo!

3) Parnassus... Terry Gilliam di nuovo a deliziarci con una storia di magia, orrore e con una festa per gli occhi. Forse questa pellicola ha "goduto di riflesso" della morte di Heath Ledger e di tutto quello che è stato fatto per compensare alla improvvisa dipartita anche del suo personaggio... fatto sta che Gilliam è come Burton, indipendentemente da tutto quando ci si mette può essere solo meraviglioso!

4) Brüno... lo Zoolander del 2009... non possiamo farne a meno

5) Nel paese delle creature selvagge - perchè quando ci sono delle cose pelosette e con gli occhioni, difficilmente resisto.

Corro a rompere il maialino e a contare gli spiccioli. Perchè, diciamolo, 8 euro a botta non saranno proprio una passeggiata. Alla faccia della crisi.

venerdì 10 luglio 2009

REVOLUTIONARY ROAD



Ditemi che non sono l'unica che ha trovato questo film decisamente irritante.
Non so, ultimamente è così dura essere controcorrente che ho bisogno di conferme: l'unione fa la forza.
Per carità, una bella storia. Per carità, film elegante, recitato bene, anche se mi spiace, ma Di Caprio che fa l'uomo adulto, ovvero maggiore di 18 anni, non è credibile. Nonostante abbia l'età anagrafica giusta e stiano cominciando a cucirgli addosso parti serie da uomo di mondo, la sua faccia, di cui per altro non ha colpa, resta sempre quella dell'adolescente un po' "marioulo", togliendo svariati punti alla qualità della sua interpretazione.
Il pool degli attori è fantastico. La fotografia è splendida.
Ma il mood dell'intero film, dall'inizio alla fine, è pura isteria.
La storia del cinema, come della letteratura, ci hanno insegnato che per generare dramma non c'è affatto bisogno di un clima così sopra le righe, di dialoghi così inverosimili, di un pathos così esasperato, specialmente se le pellicola è del 2009.
Insomma, le tragedie con Amedeo Nazari sono pacate in confronto a questo film.
Certo, il tema è scottante, per quanto spesso sottovalutato, ed è infondo il dramma dell'uomo moderno: vivere responsabilmente ed in modo socialmente "inquadrato" oppure inseguire i proprio sogni per realizzare quello che sentiamo di essere e di volere? Certi ideali sono solo per gli adolescenti, dopo di che bisogna crescere e arrendersi, conformarsi, entrare nelle fila delle persone tutte casa, chiesa e lavoro?
Argomento delicato e forse proprio per questo spesso banalizzato che è in fondo in nuce il motore di tutta questa pellicola. Ma qui si cerca di dargli un tale spessore che immedesimarsi è impossibile. Il finale, oltremodo tragico e manierato è poi l'anti-catarsi per eccellenza: se la morte è l'unico modo per sfuggire al dilemma e punire chi ci tarpa le ali, beh, la consolazione che se ne ricava è assai magra. In più è solo un altro modo per dire che chi non si adegua è pazzo, e chi si adatta sopravvive... insomma, molto rumore per nulla.

domenica 7 giugno 2009

TERMINIAMO TERMINATOR?




Non so perchè, dopo due giorni, mi bruci ancora il fatto che non mi sia piaciuto l'ultimo Terminator.
Premetto che non sono una fan della serie. Premetto di essere convinta che sia diventato un cult solo perchè il primo fu appunto il primo nel suo genere... e perchè è stato fatto negli anni '80, fatto che oggidì sembra giustificare e glorificare anche le cagate.

Però il trailer di questo "Salvation" prometteva bene (sì, la colpa principale è sempre dei fottuti trailer). C'è Christian Bale (gnam gnam) e c'è un altro grosso, bruttissimo e assai "gore" terminator tutto sbudellato e grondante sangue e olio motore... Su, prometteva molto bene.

E invece il buono si ferma lì, all'aspettativa di un bel film (nel suo genere ovviamente) che si rivela invece un due ore e mezzo di cui mezz'ora è la trama (scipita) e le altre due ore sparatorie, esplosioni, missioni impossibili di vario genere. Quindi, in secundis, voto 2 allo sceneggiatore, le diluizioni gli sono sfuggite di mano.

Il terminator buono non si regge, davvero... Il caso umano... La redenzione... sembra di stare dalla D'Eusanio. E Bale? Granitico e impedito come una marionetta. Convinto come un affamato che predichi la dieta a punti. Non che i suoi colleghi siano più convinti... ma lui è il protagonista, è più responsabile!

La colonna sonora, per altro, in certi passaggi drammatici mi parve perfino
troppo simile a quella di Batman, quello con Christian Bale, forse l'ha portata lui da casa.

Unica luce in questo film di già visto & rivisto il cameo (presumo digitale) della vecchia gloria Schwarzy. Il resto è noia, come quei pacchetti vacanze in cui sai già tutto quello che accadrà momento dopo momento. E poi diciamolo, come i tours su Mar Rosso, anche questi viaggi su e giù tra passato e futuro, che non offrono mai niente di nuovo della formula, ci sono venuti a noia. Originale il primo, interessante il secondo, poi se ci offrite sempre l'ennesima pappa, anche basta.

lunedì 16 marzo 2009

THE WRESTLER

Ci sono molti motivi per cui andare a vedere un film come The Wrestler. Perchè ne hanno parlato tanto, e ha quasi vinto degli Oscar. Perchè comunque ha vinto il Golden Globe. Perchè c'è un grande ritorno di Mickey Rourke. Perchè diciamo che Mickey Rourke non è esattamente quel gran figo di una volta (si chiama voyerismo da massaia: ma te lo ricordi? ell'era tanto bello, bada ora come s'è ridotto). Tra l'altro vorrei ricordare alle massaie in linea che è da un pezzo che Mickey non è più il Mickey di Nove settimane e mezzo. Ma forse Sin city era troppo alternativo per voi.

Poi, vabbè, c'è il motivo più classico: perchè è un film di quelli eroici. Ok, The Ram, il protagonista di The Wrestler, non è esattamente un eroe, anzi, è un anti-eroe, nel senso che se una cosa gli può andare male, beh, gli ci andrà. Ma proprio per queste principio potremmo direi che è l'eroe degli sfigati, e quindi, in quanto tal, anche lui, a suo modo...

Davvero, la cosa straordinaria di questo film, oltre alla sua semplicità, oltre alla parte di Mickey, ritagliata sulla sua pelle e sulla sua storia personale con una bravura quasi sartoriale, è la sua, passatemi il termine... banalità.

Banalità nel senso di cose ovvie, scontate e per certi versi quasi da manuale. Eppure toccanti. La vecchia tigre che sbarca il lunario vendendo se stesso nei modi più biechi, ormai solo, lontano e tenuto a distanza dagli affetti, dal benessere di una vita anche solo medio-borghese, ormai macchietta del suo glorioso passato eppure ancora così attaccato alla vecchia idea di se stesso da credere che l'applauso della folla sia l'unico calore umano di cui potrà godere è infondo, banalmente dicevo, ma fin troppo efficacemente, la metafora dell'uomo moderno che paga troppo spesso, e in modo spropositato, certe scelte fuori dall'ordinario. Apparentemente il messaggio è: tanto in alto sali, tanto in basso sarà la tua caduta, una caduta da cui non ci si rialza veramente, mai. Eppure troppo spesso ci si scorda che anche nell'essere più in fondo alla scala della vita può celarsi una dignità che va oltre ogni limite socialmente codificato.

Un bel film, che fila via liscio e prevedibile, come una fiaba a rovescio, nient'affatto patinato, nient'affatto corretto, quasi un documentario della vita di un ultimo qualsiasi, basta cambiargli faccia e nome. In fondo wrestler non lo siamo un po' tutti?

mercoledì 25 giugno 2008

DE MALEDUCATIONE PERSONIBUS AT CONCERTUUM

Ormai per le anziane pinzillacchere attente all'etichetta come me, anche andare ad un concerto tranquillo come quello dei Baustelle in un posto ameno come l'Anfiteatro Pecci a Prato può diventare un'esperienza corroborante per l'istinto omicida.

Sarà che questi giovani d'oggi dì non li capisco più: ai mì tempi, se volevi avere dei sani orgasmi musicali, andavo nel "prato" e ti pigliavi a schiaffi col tuo prossimo, sudavi, sgomitavi, e facevi la cavallina sulle spalle altrui per cercare di vedere il più possibile i tuoi amati performrsssss.

Oggi questi puffi privi di rispetto, nonchè di educazione, se ne stanno comodi sui gradini, per poi alzarsi in piedi e ballare e fare i propri comodi, mentre intorno a loro si fa il vuoto, e l'aria si elettrizza di maledizioni nei loro confronti e complimenti alle loro madri. Pensate che gliene importi qualcosa? Devono godere solo loro: metaforicamente parlando, preferiscono una beghina masturbazione al sano rapporto a due (o tre, o quattro...).

Perfettamente inutile che poi inneggino alla pace nel mondo e sappiano a menadito canzoni che parlano di solitudine e disagio... ma andate a lavorare!

Detto questo (*si ricompone*), il concerto è stato bello. Voglio un gatto per chiamarlo Baudelaire, come la canzone. Anzi, visto che un gatto già ce l'ho, lo regalerò al Cuccimimmo.

sabato 7 giugno 2008

SCUSA MA TI CHIAMO MMMMMMMMMORA



Quando si legge un libro, o si guarda un film, firmato Federico Moccia, è inevitabile chiedersi... MA CHE PROBLEMI HA QUELL'UOMO?

Perchè nelle sue storie le protagoniste sono tutte ninfette minorenni appariscenti, odiosissime e griffate? Perchè gli uomini sono tutti dei cerebrolesi attaccati alla gonnella che scoprono nella minorenne di cui sopra la via per la salvezza e per il riscatto personale? Perchè le sue storie sono infarcite dei peggio luoghi comuni che neanche l'ultima fiction Mediaset a basso budget li utilizza più? Perchè per lui la vita, anche se romanzata e di fantasia, è solo colpi di fulmine, discoteche, look e pseudo-ammmmmmmmmmmore con tragedia a lieto fine?

Moccioline e mocciolini sono ormai stereotipati come le figurine del presepe. Nei videogiochi i personaggi hanno più campo d'azione e tratti più salienti.

Certo, forse la domanda più importante è: perchè si dovrebbe leggere o guardare qualcosa firmato Moccia? Io la mia risposta ce l'ho. Analisi sociologica: l'importanza di sapere quello che ci circonda ...(e poi c'è una punta di masochismo, ma quella è un'altra storia).

venerdì 30 maggio 2008

10 LIBRI GANZI CHE HO LETTO NEL 2007

... libera traduzione della "palla" passatami da Elisaday, che suona come TEN FAVOURITE BOOKS I READ LAST YEAR.

Prima di raccattare i due neuroni e tentare di ricordarmi cosa ho letto quando, un paio di dubbi:

- ma perchè proprio anno scorso? un mese fa pareva brutto?

- e quando l'ho detto, potrei vincere qualcheccosa?

- se ci metto un riassunto semiserio v'incazzate?

E comunque, facendo finta che questi siano davvero libri che ho letto anno scorso (ma datemi il beneficio del dubbio...):

1) LASCIAMI ENTRARE di Lindqvist
Come non sempre far entrare in casa uno sconosciuto è da deprecare.

2) SMOKE and MIRRORS di Neil Gaiman
Una raccolta di racconti. Alcuni fantastici, e non solo come genere.

3)La serie di Charlaine Harris su una ragazza paranormale che si fidanza con un vampiro. E non lo dice alla mamma. Da cui molti guai.

4) L'AMORE AL TEMPO DEI MORTI di Silverberg
(e se volete saprne di più, andate a spulciare questo blog, che l'ho pure recensito, capre!)

5) CAVIE di Palanhiuk
La storia di un GRANDE FRATELLO molto speciale.

6) ROSEMARY'S BABY di Levin
Quando si parla del Diavolo... a volte spuntano i bambini.

7) FOSCA di Tarchietti.
Il fascino perverso delle brutte. Bel mix di passioni torbide fine Ottocento.

8) MUCHO MOJO di Lansdale.
Un nome, una garanzia. Antieroi texani e storie assurde di malavita americana.

9) L'ultimo capitolo di Harry Potter, rigorosamente in inglese. Non che sia ganzo di per sé, ma perlomeno sappiamo come va a finire con questo dannato maghetto. Per inciso, secondo me non troppo bene. Più che un'amena lettura, un doveroso passaggio di consegne.

10) ... e il dieci lo salto, perchè si sa, io amo le cose dispari...

In ogni caso questa manfrina letteraria mi ha fatto ricordare che in passato quando iniziavo un libro lo firmavo e lo datavo, in modo da verificare in quanto tempo lo leggevo. Erano tempi in cui tenevo una media di 3/5 libri al mese. Una goduria.

mercoledì 21 maggio 2008

CLOVERFIELD

Ovvero: come in un mondo sotto attacco alieno i cellulari prendono sempre e la batteria della vostra videocamera non si esaurisce mai (più altre amenità che non citerò per non disturbarvi la visione).

giovedì 15 maggio 2008

TIDELAND



Nella sua personale introduzione al film, il regista Terry Gilliam ci invita a guardare questa pellicola con gli occhi di un bambino. Non so quanti lo abbiano fatto, né se ne abbiano capito il perchè. Io ho pensato che questa richiesta nascondesse una sorta di appello alla "sospensione dell'incredulità" di letteraria memoria, ovvero la capacità di godersi anche ciò che è assurdo.

Ora penso che il motivo sia un altro, molto più serio. Solo immedesimandosi nella capacità dei bambini di resistere alle più assurde ed indicibili violenze usando il potere della loro fantasia possiamo accettare di assistere al grumo di grottesca infelicità che permea la vita dei personaggi di "Tideland".

Fiaba nera, storia surreale e violenta, racconto volutamente scialbo ammantato di make up dozzinale, a cui fanno gioco una fotografia splendida e un ritmo lento e ipnotico. Questo film, di cui non racconterò di più per non fuorviare il vostro giudizio, è come sale su una ferita: fastidioso, ricco di immaginazione perversa, e di un "non-messaggio" di incommensurabile, sottile orrore quotidiano.

mercoledì 9 aprile 2008

TENHI - una favola d'ombra

Con questa ultima ricaduta nella "malsalute" mi sono ufficialmente aggiudicata il Premio LAZZARETTO D'ORO 2007-2008, e ne vado fiera. Da tre giorni mi trascino tra letto e sedie varie con la vispaggine di una vecchietta di 90 anni artritica e con una scopa nel culo.
La mia unica colonna sonora sono loro, a ripetizione. I Tenhi, trio folk finlandese di cui mi ero ripromessa di parlare da molto tempo.
Ho in mano Folk Aesthetic 1996-2006 uscito l'anno scorso, una summa di tutta la loro produzione, compresa quella demo. Difficile descriverli: molta musica strumentale folk neoromantica minimalista, poco cantato, quasi sottovoce, quasi mormorato. Trame sonore semplici, essenziali, che richiamano subito i grandi spazi bianchi del Nord. Non c'è niente di epico. Tutto è ridotto ed introverso, qualcosa tra una colonna sonora di una storia triste e una ninna-nanna.
Le passioni evocate sono da prima intense, e poi sedate, come un volto amato intravisto attraverso una lastra di ghiaccio. Potenti, eppure discreti.
Ho conosciuto questo gruppo attraverso il loro CD Maaäet e ne ho voluto subito sapere di più. Folk Aesthetic 1996-2006 è stato solo un goloso acquisto, con quella sua bella copertina cartonata e i 3 CD neri, elegante ma sobrio. Una specie di piccolo scrigno.
Immagino che in Italia li conoscano in 5. Forse se qualcuno tipo Sigùr Ròs ha abbattuto le vostre difese, magari sarete già più pronti per accogliere il fantasma poetico che aleggia nella musica dei Tenhi. Unico accorgimento: essere dello spirito giusto.

Io torno all'ascolto, nella speranza che non avesse ragione il mio caro amico Tato, quando ipotizzava che il tipo di musica che senti condiziona la tua salute fisica e mentale. Altrimenti comincerò presto ad aleggiare anche io, sospinta in alto dai miei gradevoli starnuti.

(Per un Tenhi-approfondimento: Wikipedia, il loro sito, o Myspace)

venerdì 15 febbraio 2008

30 GIORNI DI BUIO





Basterebbe pagare la bolletta, direte voi. Beh, non in questo remotissimo villaggio dell'Alaska, dove la natura ancora fa da padrona, e costringe gli abitanti, quelli coraggiosi che decidono di restare, a vivere 30 giorni senza vedere il sole. Una notte che dura un mese, in un paesaggio desertico ed alienante. Già c'è da morirne. Finchè un giorno, l'ultimo giorno prima che calino le tenebre, arriva in paese uno strano personaggio, sporco, con lo sguardo folle, pare solo uno spostato giunto lì per caso. Ma la gente comincia a morire davvero, decimata da uno sciame di creature che come nelle migliori tradizioni horror, nel buio trovano il loro habitat naturale.

Rilettura moderna eppur tradizionale della figura del vampiro, ispirata ad un fumetto e girata con velocità, ritmo, maestria, tra documentario e videoclip, 30 giorni di buio è sorprendente. Fresco, incisivo, cattivo, si allontana decisamente dalla moda degli ultimi tempi che voleva il vampiro dandy belloccio e sensuale, tormentato dal suo stesso stato di immortale. La banda di vampiri che scorrazza per il villaggio di Barrow ricorda un branco di lupi affamati, e opera per la totale distruzione della vita umana. Il solito manipolo di coraggiosi/superstiti dovrà sopravvivere come naufraghi in un mare di pescecani, mentre le speranze si assottigliano giorno dopo giorno.

Visto con entusiasmo ma covando poche reali aspettative, questo film non mi ha deluso, nonostante alcune pecche di sceneggiatura tipiche dei film horror di cassetta. Il trailer anticipa l'atmosfera di tutto il film, anzi, non ne disvela le parti migliori, e la rivisitazione del classico (i vampiri arrivano su una nave "fantasma" e si fanno aprire la strada da un folle che ricorda il Renfield stockeriano, sono sporchi, brutti, cattivi e "non parlano la nostra lingua"; il tema della notte eterna che favorisce il "mostro", il sangue infetto che trasporta il vampirismo) è ottimamente realizzata. I vampiri non vogliono colonizzare il nostro mondo, vogliono solo nutrirsene, e non lasciano prigionieri.
Sangue in abbondanza e profusione di violenza fisica completano lo scheletro della trama (eh, lo scheletro!). Ottimo anche il finale, fattore non trascurabile nella cinematografia moderna.

Sicuramente non un film per riflettere, ma di puro godimento e brivido al 100%.

giovedì 17 gennaio 2008

CRONACHETTE DI UN LAVORO SPORCO

... e se pensate che vi tedierò ancora con episodi dal mondo del grullaio... SBAGLIATE DI GROSSO!

UN LAVORO SPORCO




Una piacevole scoperta per quello che sta diventando uno dei fenomeni letterari d'oltreoceano. Tra Gaiman e i Monty Pyton, l'autore Christopher Moore intesse una storia fatta di mitologia, humor nero e romanzo di formazione, in un linguaggio frizzante e scorrevole come non se ne leggeva da tempo.

Charlie è il classico giovane paparino medio che, colpito da un gravissimo lutto e rimasto solo con la sua piccola creatura Sophie, scoprirà di essere alle dipendenze della Morte stessa, mentre dall'Oltretomba le più malvagie divinità si risvegliano, decise a prendere in mano le redini del mondo dei vivi.

La lettura supera ogni aspettativa. Il libro è "cattivo" senza essere eccessivamente trasgressivo. I piani della fantasia e della realtà sono perfettamente intrecciati. Si prova suspense mentre si ride. E ci si commuove mentre ci si diverte. E poi diciamolo, specialmente per le anime oscure l'argomento è un must... non ha caso uno dei personaggi è una giovane darklady...


The Goth Box lo consiglia perchè: ma per lo scheletro in copertina, è ovvio!


CRONACHETTE




Corposa raccolta di strisce, dallo stile minimalista e un po' visionario, che raccontano dell'esperienza di vivere con un gatto. Dialoghi surreali, situzioni statiche ma piene di ironia, che chi già convive con una o più di queste bestiole conoscerà molto bene: la loro capacità di essere magici e furbissimi, saggi ma irruenti, affettuosi ma spregiudicati. Uno spicchio, insomma, di sincero mondo felino che secondo me toccherà anche il cuore di chi (ancora) non ha qusta immensa fortuna: farsi amare da un gatto.

The Goth Box lo consiglia perchè: cosa c'è di più dark di un gatto nero?

lunedì 7 gennaio 2008

HALLOWEEN by Rob Zombie




Ho una passione per Zombie regista, e si sa. Per fortuna non sono costretta a scrivere cose non vere e a sperticarmi in lodi immeritate, quando parlo dei suoi film. I suoi film parlano da soli. Sono belli, sono violenti, sono cattivi. Hanno un messaggio, cosa assai rara nel genere horror e splatter. Sono studiati, come si può studiare la realizzazione di un quadro. Non sono solo macchinette per far soldi. Agiscono sul pubblico come una specie di cazzotto sul naso. Magari c'è gente insensibile ai cazzotti sul naso. Ma il sangue che ne esce è copioso, credetemi.

Zombie non tradisce neanche quando affronta una delle imprese più ostiche per un regista: il remake. E il remake di un culto. Come dire: buttiamoci da una rupe e vediamo che succede. E succede che il buon Rob piroetta nell'aria e poi cade in piedi. Fa un film bello quanto l'originale: gli rimane fedele, eppure se ne discosta, lo approfondisce con rispettosa riverenza, lo umanizza, lo incupisce e lo ri-colora. Lontano dalla mattanza voyeristica e visionaria delle sue precedenti pellicole, Zombie pennella sì la sua ultima fatica di sangue e violenza, ma in modo paradossalmente quasi "delicato" rispetto alla prospettiva di uno slash movie realizzato con le possibilità di oggi, e con intenti magari più furbetti. All'impatto puramente scenico ha invece sostituito una storia. Una storia che a differenza dell'originale si chiude, in modo magistrale, e si trasforma in un episodio simbolico di disumanità ai margini di un mondo fin troppo ordinario, piuttosto che in un'infinita manifestazione del sovrannaturale.

L'urlo finale della giovane Boo/Laurie non lascia certo presagire un happy ending fuori dalla pellicola. E' lo stesso urlo di Meyers da piccolo. E' lo stesso urlo di lei da bambina, quando viveva ignara in una famiglia scalcinata e ne subiva incosciamente le violenze. Mike, oltre che un serial killer, pare l'emblema di un destino a cui non si può sfuggire.

La regia di Zombie è anti-poesia. Ogni dettaglio è sporco, eppure ricercato. L'atmosfera è forte e tesa per tutto il film. E non si scioglie neanche con i titoli di coda. Ancora una volta Rob ci ricorda che i mostri sono tra noi. E visti i tempi, messaggio non è mai stato più vero.

sabato 10 novembre 2007

UNA LONDRA DOPO MEZZANOTTE




LONDON AFTER MIDNIGHT
"Violent acts of beauty"


Questo CD dei redivivi London After Midnight (ce l'abbiamo in mano, non è una bufala, non è uno di quei "CD in uscita" con cui i LAM ci hanno zittito per 7/8 anni, facendoci attendere in vano) è bello già dal titolo. Violent acts of beauty è un titolo romantico, da Stürm und Drang, da lotta armata dell'arte, da giustizieri della Bellezza e della Pace.
Il gruppo Californian Goth per eccellenza, capitanato da un sempre più glam Sean Brennan, torna, incazzato. E sottolineo incazzato. Basta svenevoli intrecci morboromantici, incubi e baci al chiar di luna, basta nutrire la generazione degli Spooky Kids di vampiri e fantasmi. Qua c'è una giustizia da difendere, una stupidità diffusa da abbattere, dei coglioni pieni di potere da additare e tirar giù dal piedistallo. Personalmente trovo sempre affasciante chiunque si cimenti in una simile battaglia armato solo della sua arte, specialmente quando abbatte il muro delle aspettative che lo circondavano (si sa che purtroppo il filone Goth non ha molti esempi di impegno sociale).
Dal neofascismo, a Bush (ognuno ha il suo, poi...) alle guerre alla religione, tutto condensato in questo piccolo gioiellino dalla copertina-propaganda-rossa-filospinata: il suono è pulito, ma più rock che in precedenza, la voce di Sean è efficace, priva di virtuosismi ma ipnotica. Brillano su tutte Feeling Fascist?, Heaven Now e Fear, Nothing Sacred sarà la loro nuova hit, già si sente.
Grazie di averci fatto aspettare.

mercoledì 10 ottobre 2007

DEUS IRAE




No, per una volta non vi parlerò delle mie furie contro questo e quest'altro. Stavolta vi parlerò dell' artista di merda Philip K. Dick e del suo romanzo scritto a due mani con Roger Zelazny.

Premesse indispensabili a questa piccola rece amatoriale:

- La fantascienza di Dick è una fantascianza atipica: anche quando ci sono robot e supertecnologie il mondo sembra in realtà arretrato, inetto e post-atomico;

- Dick è un artista strano, ed è stato un uomo ancora più strano. Personalmente della sua vastissima produzione ho amato tantissimo un paio di libri, e ho vomitato di sdegno su molti altri. Forse questa altalenanza qualitativa denota una sua genialità ribelle e bohemien. In ogni caso Anche gli androdi sognano pecore elettriche, volgarmente conosciuto come Blade Runner, è uno dei più bei libri tout court che abbia mai letto.

Deus Irae è in soldoni la storia di un mondo sopravvissuto alla Guerra Atomica, la cui fede religiosa si divide tra il vecchio incrollabile Cristianesimo, pieno di ambigui e viscidi personaggi, e una neo-religione dal sapore un po' nazista (un nazismo dal volto divino!) che venera il Dio Dell'Ira. Il Dio dell'Ira è incarnato nel suo inventore-sacerdote-guerriero, professa una fede basata sulla violenza e sulla prevaricazione come unica forma di sopravvivenza. Un po' la legge del più forte, insomma, e un po' Vecchio Testamento portato alle estreme conseguenze. Incaricato di dipingere il Dio della Nuova Chiesa in un affresco che lo celebri, un pittore senza arti s'incammina col suo tristissimo carretto alla ricerca del divino, in un viaggio iniziatico assai bizzarro e dall'amara conclusione.

Indubbiamente un argomento interessante ed attuale. Indubbiamente una stesura ricca di personaggi interessanti e soluzioni tristi, adulte, atee nel senso più scientifico del termine. Ma su questa struttura crescono rami secchi e risvolti poco chiari. Il personaggio del Deus Irae è un po' confuso, mentre il background religioso è ben abboccato all'inizio, e poi perde d'importanza. Il viaggio iniziatico del pittore, con tutte le sue valenze simboliche e i suoi richiami religiosi, è comunque a tratti un po' noioso. Commuove e un po' indigna un finale che fa confluire tutto nella finzione e nell'inganno: è forse troppo tremendamente vicino alla realtà?

Nel complesso, lettuta consigliabile se da scegliere tra tanta letteratura-spazzatura che ci propinano oggi (se la gente non legge, di sicuro c'è comunque chi scrive, e troppo, e di tutto). Ma resta un libro che poteva dire molto di più.

venerdì 14 settembre 2007

SUNSHINE




Interessante, questo film di Danny Boyle. Atipico, per essere scritto da Boyle stesso e da Alex Garland. O forse no... Fatto sta che non avevo certo pensato di noleggiare un bel film, ma solo un'ora e mezzo di passatempo senza impegno, a causa anche delle solite, azzeccatissime pubblicità italiane che spesso lasciano presagire tutt'altro da qullo che andrai realmente a vedere.

Sunshine inizia come un film di fantascienza catastrofista (ohinoi, il sole sta per morire!!!), ma sono subito evidenti le influenze dei migliori film di fantascienza degli ultimi anni, da "2001" ad "Alien" a "Solaris".

Boyle è un maestro a mescolare rigore e visioni da trip d'acido, e in fondo gioca in uno spazio che è totale assenza di spazio e in un tempo che non è tempo: quindi, tutto è possibile. La claustrofobia della nave spaziale contrasta con lo sconfinato buio dell'universo. La luce solare è una specie di nuovo petrolio da preservare. O meglio, una droga, che aiuta a sopravvivere. E non a caso il sole sembra generare strane visioni e deliri d'onnipotenza.

Se si può rimproverare qualcosa a questo film, a parte il finale buonista (perchè mai salvare un pianeta Terra corrotto, violento, sprecone ed inquinatore? E perchè soprattutto doverci sempre riuscire?), è sicuramente un passaggio poco fluido e poco chiaro tra la dimensione puramente fantascientifica a quella thriller a quella onirica e visionaria.

Per il resto una pellicola intensa, con attori in stato di grazia e una colonna sonora azzeccatissima.

giovedì 28 giugno 2007

L'AMORE AL TEMPO DEI MORTI


Necrofili, smettetela di gioire. Non è un post di perversioni. E' l'agile recensione di un libro gradevolissimo, due romanzi brevi di un autore di fantascienza di alta qualità che a quanto pare con l'argomento "morte " c'ha una fissa (al momento, la sua produzione tradotta in lingua italiana contempla i seguenti testi, fate voi).


La fantascienza di Robert Silverberg può essere gradita anche ai profani del genere, per quanto è velata. E' la fantascienza di quello che potrebbe essere il mondo tra qualche anno, di quello che probabilmente sarà o avrebbe facilmente potuto essere. Con ancora tutte le tensioni, i sogni e gli incubi dell'uomo moderno. E così, mentre ovunque si dibatte di eutanasia e accanimento terapeutico, Silverberg ci racconta di una società in cui si può decidere di tornare in vita dopo la morte, a patto di dimenticare chi abbiamo amato, e di un altra dove si vive fino a 150 anni, e si può scegliere di morire serenamente, completamente assistiti, per lasciare alle nuove generazioni la possibilità di nascere e crescere. Non dico altro, o direi troppo.


Mentre "Libro dei Teschi" cominciava bene, ma era scaduto in un finale noiosissimo, "L'amore al tempo dei morti" è intenso e toccante fino all'ultima pagina. La sua narrazione ha il ritmo di certe pagine di Bradbury, e la stessa "opacità". Fa da padrona l'anima dei personaggi, mentre lo sfondo è come insignificante. Inquietante e sereno allo stesso tempo, Silverberg lancia uno sguardo acuto sulla nostra civiltà, lasciandoci liberi poi di trarre le nostre conclusioni.